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Roberto Romano
Shopping all'estero per le tecnologie verdi
27/08/2009 |
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tratto da sbilanciamoci.info
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Una vera politica ambientale chiede lo sviluppo delle tecnologie dell'energia
rinnovabile.
Ma l'Italia lo ha delegato all'estero. Così la bilancia energetica
resta in rosso.
Il dibattito politico “partitico” e di “opinione” compromette lo sviluppo di una
ipotesi di politica industriale rivolta alla predisposizione di una adeguata strategia di uscita non solo dalla crisi economica, ma anche per una adeguata politica ambientale
ed energetica fondata sulla sostenibilità. L’aspetto rilevante delle politiche ambientali
ed energetiche che si prefigurano a livello internazionale non è legata alla riduzione
delle fonti di inquinamento, piuttosto allo sviluppo, e si sottolinea la dizione
sviluppo, delle tecnologie che si rendono necessarie per ridurre l’impatto ambientale
della “old” economy.
In particolare sulle tecnologie dell’energia rinnovabile di II° generazione. L’intervento
pubblico è centrale. Con la firma del protocollo di Kyoto lo sviluppo delle tecnologie
verdi registra tassi di crescita doppi rispetto all’innovazione in senso generale.
Sicuramente la crescita dei prezzi delle materie prime fossili ha contribuito a
questa ascesa, ma il combinato disposto, crescita dei prezzi e protocollo di Kyoto,
sottolinea la necessità di generare-sviluppare competenze e sistemi industriali
adeguati.
In particolare si osserva come la Cina e il Sud Est Asiatico abbiano intrapreso
uno sforzo enorme proprio nelle clean energy technologies. In Europa la spesa pubblica
per lo sviluppo-generazione di tecnologia verde trova un ambiente favorevole e abbastanza
diffuso. In particolare si segnala Spagna, Danimarca, Portogallo, Svezia, Finlandia,
Germania. L’Italia mantiene un ruolo marginale, anche se non è questo l’aspetto
più grave.
Proviamo a considerare l’eolico, cioè un settore nel quale si registra una forte
divergenza tra il tasso di crescita della produzione di energia e quello degli investimenti
pubblici cumulati in ricerca e sviluppo. Considerato l’ammontare relativamente limitato
di investimenti in ricerca e sviluppo nel settore, è ipotizzabile che questo marcato
aumento della produzione sia avvenuto principalmente grazie all’importazione di
tecnologie dall’estero, segnalando un ritardo del tessuto industriale italiano nella
capacità di innovare in questo comparto.
Diverso è il caso dell’energia solare e della bioenergia, dove si osserva un allineamento
tra le due variabili, che indica come gli sforzi dell’Italia vadano nella giusta
direzione: sfruttare le buone potenzialità di miglioramento della performance di
queste tecnologie investendo in esse. I paesi europei, che hanno delineato una “strategia
tecnologica” per lo sviluppo sostenibile, hanno mostrato un forte dinamismo nella
spesa pubblica in ricerca energetica, assegnando spazi sempre maggiori alle risorse
destinate allo sviluppo di tecnologie, innescando proficui circuiti d’innovazione
in questo campo, con positivi riscontri in termini di competitività sui mercati
internazionali.
Nel caso dell’Italia i tratti salienti di questa trasformazione dell’Europa sono
piuttosto deboli, nonostante il nostro paese mostri un progressivo allineamento
con la domanda europea per le nuove tecnologie delle rinnovabili che, in presenza
di un’offerta nazionale debole, determina una propensione all’importazione che tende
ad aggravare i deficit negli scambi di beni tecnologici.
Nel rapporto Enea energia-ambiente 2008 si legge: “Con simili tendenze il paese
corre quindi il rischio di sostituire la “quota parte” di dipendenza dalle fonti
fossili con una “quota parte” più consistente di dipendenza da tecnologie per le
fonti rinnovabili.”
Nei paesi europei che stanno investendo nelle clean energy technologies, e in special
modo nelle tecnologie di “seconda generazione” per le fonti rinnovabili, tale capacità
di leva, ancorché non rilevabile dalla misura della spesa in ricerca energetica
delle imprese, appare, in effetti, assai più significativa.
Contrariamente all’Italia, gli sforzi che il sistema delle imprese di questi paesi
è in grado di mettere in campo sul fronte della ricerca sono di gran lunga superiori;
è importante ricordare come l’elevata quota di spese in ricerca e sviluppo delle
imprese sul pil sia prevalentemente il risultato di sistemi produttivi orientati
a settori a medio-alta intensità tecnologica. Il problema non è il sostegno pubblico
all’introduzione di queste nuove tecnologie, piuttosto l’assenza di un tessuto produttivo
adeguato a soddisfare tale domanda.
Chi immagina di sostenere la riduzione degli inquinanti attraverso l’adozione delle
tecnologie o l’installazione di queste, anche grazie ai sussidi “pubblici”, non
comprende la necessità di coniugare offerta e domanda di beni e servizi. Se il paese
continua a domandare tecnologie “clean”, ma continua ad avere un tessuto produttivo
che non intercetta questa domanda, la tendenza sarà quella di perdere lavoro buono,
competenze tecniche, unitamente a una progressiva marginalizzazione dal nuovo sistema
accumulativo del capitale.
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Roberto Romano
Ricercatore della Cgil Lombardia. Si occupa di
politica industriale, contrattazione,
bilancio pubblico |
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