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Roberta Carlini
Povera istruzione in povera Italia
13/07/2009 |
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tratto da sbilanciamoci.info
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Economisti sulla scuola. Un libro di I. Visco chiede di "investire in conoscenza".
Checchi e Redaelli raccontano una nuda verità: la nostra scuola è di classe.
Tagliata, ridotta, messa a dieta dalle scelte di bilancio ministeriali, e messa
ai margini della grande politica, la scuola italiana vive un momento di grande interesse
teorico: libri, convegni, ricerche, rapporti.
Cresce il numero degli ricercatori e dei centri di studi che si occupano del sistema
scolastico, vedendo nei suoi guasti la radice di molti mali. In particolare, di
scuola si occupano molto gli economisti. Tra loro, non solo i consiglieri del principe
(e della principessa), che a volte si trovano ad elogiare sui grandi giornali l'operato
dello stesso ministro a cui prestano consulenze.
Tra i tanti, segnaliamo qui due lavori recentissimi, che mettono la scuola al centro
del caso italiano da due diversi punti di vista: la crescita economica e l'immobilità
sociale. Nel suo “Investire in conoscenza” (Il Mulino, 2009), Ignazio Visco analizza
il deficit italiano in “capitale umano” per rintracciarvi il principale responsabile
della scarsa crescita della produttività dell'ultimo decennio e l'unico possibile
protagonista di una riscossa nel prossimo. “Capitale umano” è una definizione che
piace molto agli economisti e poco ai maestri e agli allievi: che forse sono motivati
da qualcosa di più, nella loro quotidianità, che dalle previsioni sui differenziali
retributivi o sugli sbocchi aziendali dei loro sforzi.
Ma, che ci piaccia o meno la definizione, al “capitale umano” si può guardare per
capire quanto valore il nostro paese e la nostra società dà alla conoscenza: pochissimo,
e non solo per il lascito storico di una tarda alfabetizzazione e di un lento recupero
delle coorti successive al dopoguerra. Siamo e restiamo il paese europeo con il
più basso tasso di laureati tra i venti-trentenni e con i quindicenni più ignoranti.
Ma perché se ne occupa la Banca d'Italia – di cui Ignazio Visco, è vicedirettore
generale, e il cui ufficio studi dedica da un po' di tempo risorse e persone al
tema scolastico?
Che c'entrano la moneta, i conti con l'estero, i conti nazionali, con il fatto che
molti quindicenni italiani non sanno spiegare perché si alternano notte e giorno?
Il libro di Visco riassume qualche risposta a queste domande, semplificando l'esposizione
di ricerche e proposte prodotte dal servizio studi della Banca. Qui semplificando
ancora di più, si può dire che tutto nasce con l'euro. Finita la svalutazione come
arma competitiva delle aziende italiane all'estero, e arrivata veloce la concorrenza
del mondo globalizzato, la conoscenza diventa il fattore essenziale per recuperare
produttività.
E “conoscenza” vuol dire: il sistema dell'istruzione, dalla scuola dell'obbligo
all'università. Carenti, secondo l'analisi del libro, per difetto di “valorizzazione
del merito”: dove il termine, in realtà iper-inflazionato negli ultimi anni ma anche
assai disatteso nei fatti, non sta ad indicare tanto un sistema meritocratico per
i singoli individui, quanto l'introduzione di elementi di valutazione del lavoro
e dei risultati a livello sistemico.
Le proposte sul tappeto sono diverse, e vanno dalla riforma del reclutamento degli
insegnanti (ricominciare a sceglierli, mettendo fine al trascinamento infinito delle
graduatorie, e cercare di scegliere i migliori dei laureati di ogni generazione),
alla loro valutazione e ai loro stipendi, alla concorrenza tra scuole. Contrariamente
a quanto dice il ministro in carica, non sembra che in questo mondo concorrenziale
sia attribuita grande importanza alla componente privata, almeno per quanto riguarda
la scuola di base.
Mentre viene messo sotto accusa il mondo delle imprese, sia per il loro deficit
di investimenti in ricerca e sviluppo, sia per il loro scarso desiderio di laureati,
testimoniato anche dalle loro (relativamente) basse retribuzioni, che non si spiegano
in base alla semplice logica di mercato: da noi i laureati sono scarsi e pagati
poco, mentre logica vorrebbe che una risorsa scarsa è ricercata e premiata dal mercato.
Questo non succede – per tanti motivi legati a fattori istituzionali e sociali,
e soprattutto alla struttura del sistema produttivo – e dunque si innesta un circolo
vizioso, giacché i ragazzi e le loro famiglie non hanno forti incentivi a spendere
tempo e denaro per arrivare alla laurea.
Non è affatto vero, infatti, il luogo comune di cui si legge e si sente dire circa
l'allargamento dell'università alle masse: nonostante la proliferazione di sedi
e corsi, nonostante la riduzione (teorica) della durata degli studi e dei fuori
corso, nonostante l'aumento – che ci è stato, ma da qualche anno si è fermato –
degli immatricolati, in Italia l'istruzione universitaria non è affatto di massa
ma riguarda una percentuale di giovani assai inferiore a quella degli altri paesi
occidentali.
Con il che passiamo all'altro corno del problema.
Cioè, per dirla senza mezzi termini, alla natura classista della nostra scuola e
della nostra università. Una scuola e un'università che non modificano di una virgola
le probabilità di mobilità sociale da una generazione all'altra, dunque sono modellate
sull'esistente e l'esistente perpetuano: questo il quadro che viene fuori dal lavoro
di Daniele Checchi e Silvia Redaelli, intitolato “Relazione tra ambiente familiare
e acquisizione di competenze nei giovani italiani quindicenni”.
Il saggio, in via di pubblicazione all'interno di un volume interamente dedicato
all'Italia immobile, frutto di una ricerca interdisciplinare coordinata da Daniele
Checchi che raccoglie i contributi di diversi studiosi sulle varie cause dell'immobilità
(il reddito, l'istruzione, il mercato del lavoro, le professioni, le successioni
...
Il titolo è: “Immobilità diffusa.
Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa
in Italia”), analizza i famosi dati Pisa dell'Ocse sotto un angolo visuale nuovo.
I due economisti utilizzano infatti i dati Ocse-Pisa del 2006 – quelli che ancora
una volta hanno certificato i risultati insoddisfacenti della scuola italiana nel
contesto internazionale, basandosi sulle risposte date dagli studenti a test di
lettere, scienze, matematica, problem solving – per cercare i nessi tra gli esiti
scolastici dei figli e il background familiare. L'impatto del contesto familiare
è analizzato attraverso tre diverse variabili: il gradi di istruzione dei genitori,
il prestigio sociale della loro occupazione, le risorse educative presenti in casa.
Ne viene fuori un peso costante del contesto familiare non solo sulle carriere scolastiche
dei figli (i figli degli operai che non diventano dottori, per citare la famosa
“Contessa”, sono ancora la maggioranza) ma anche sui loro rendimenti e sulle loro
competenze.
Il che non è facilmente spiegabile: se è chiaro infatti perché è più probabile che
un figlio di genitori laureati consegna a sua volta la laurea, è meno chiaro perché
la situazione familiare pesi sulle competenze matematiche di un quindicenne. E pesino
in maniera crescente i fattori più legati allo status e al reddito che all'istruzione
in sé: mentre infatti il peso relativo della laurea dei genitori scende, negli anni
è invece crescente l'effetto del prestigio occupazionale dei genitori, delle risorse
educative presenti in casa e del reddito.
Cioè delle variabili socio-economiche, che diventano più importanti di quelle culturali.
Tutti fattori che –
dimostra lo studio – agiscono a monte, attraverso la scelta
del tipo di scuola: cruciale soprattutto il passaggio dalle medie alle superiori,
nel quale ancora prevale sulla valutazione del merito il background familiare. Un
sistema dell'istruzione così fatto potrà andare benissimo a chi nella “società immobile”
ha già conquistato i posti migliori e all'ideologia della conservazione – che al
massimo nella scuola cercherà e troverà costi da comprimere e clienti privati da
accontentare.
E' questa la linea governativa, che a settembre farà riaprire le scuole con meno
maestri e professori ma identiche inefficienze e ingiustizie. Ma cosa ne pensano
tutti gli altri, dalle parti di quella sinistra che la lotta all'immobilità sociale
dovrebbe avercela nel dna? |
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Roberta Carlini
Giornalista free lance, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia. Scrive per L'Espresso e altri periodici. E' stata fino al 2003 vicedirettore del manifesto.
Ha scritto con Pat Carra "Le mani sulla casa", Fatti e fumetti sulla bolla immobiliare
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